Ne siamo, chi più chi meno, colpiti:
hòr|ror và|cu|i loc.s.m.inv., lat.
1 TS filos., con riferimento alla fisica aristotelica e leibniziana, concetto secondo cui in natura non esistono spazi vuoti
2 CO estens., scherz., tendenza a riempire gli spazi vuoti, spec. con mobili, oggetti e sim.
3 TS arte, tendenza a gremire di segni e di figure una composizione pittorica, un disegno, una pagina, ecc.

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Tag: arte, colmo, esempi, paura, pieno, vuoto

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Risposte a questa discussione

Spazio?......ZERO!
Temevo che lo spazio fosse ZERO solo da me!
Ti stavo pensando, ed è saltata fuori questa foto (Mariano Bellarosa e Giancarlo Da Lio).

Grazie del pensiero.

Sil&Ale+Kiki...
Avevo messo una foto del mio studio, ma non la vedo.
Riprovo.
Ciao.
Eugenia Serafini
Allegati:
Eugenia,
c'è la tua foto, clicca ed attendi un paio di secondi
es ecco il tuo studio... Grazie.
Lancillotto

Bravo Peter!
Che orrore!
Era meglio il vacuum!
TIZIANA


Dorfles: siamo prigionieri di immagini e suoni
Alessandro Mezzena Lona
Castelvecchi pubblica «Horror pleni», il nuovo libro del critico e studioso triestino Leonardo non merita più di un quarto d’ora. Perché è impensabile sostare oltre davanti al Cenacolo, o alla Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca. E una sinfonia di Mahler? Magari la si ascolta cucinando la cena, o conversando con gli amici. Il tempo incalza, ci sono mille cose da scoprire. Siamo prigionieri degli eventi. Ogni dieci minuti un canale televisivo o radiofonico manda in onda notiziari, aggiornamenti, approfondimenti. E poi, in giro, ci sono decine di concerti, presentazioni di libri, rassegne di film, mostre, reading, festival, proiezioni di video, performance. Senza contare le comunicazioni via mail, sms, skype e via dicendo.
Difficile resistere a questo bombardamento, dice il critico e artista triestino Gillo Dorfles nel suo nuovo lavoro, che viene distribuito nelle librerie domani. Le nostre città ospitano montagne di suoni, immagini, colori, messaggi, che finiscono per produrre un rumore costante, una slavina di suggestioni, uno tsunami di emozioni. Un «horror pleni», come lo definisce il grande critico e artista Gillo Dorfles, triestino trapiantato a Milano: cioè lo speculare contrario dell’«horror vacui», che nei secoli scorsi stava a significare il senso di sgomento provocato dall’assenza d’ogni segno e d’ogni traccia umana.
È proprio «Horror pleni. La (in)civiltà del rumore» si intitola il nuovo libro di Dorfles. Una raccolta di articoli pubblicati sul «Corriere della Sera», affiancati a una decina di saggi inediti, che raccolti in volume arriveranno nelle librerie domani pubblicati da Castelvecchi (pagg. 314, euro 16). Fin dalle prime righe, lo studioso richiama l’attenzione su quello che sta accadendo attorno a noi: «La moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali (stimoli visivi, auditivi, tattili) fa sì che l’uomo d’oggi si trovi in una situazione del tutto diversa da quella, non di secoli, ma anche solo d’una cinquantina di anni fa. Il titolo di questo libro significa estendere il concetto di ripulsa, di rifiuto, di orrore appunto, alla situazione di cui sopra: proprio come contrapposizione a quell’opposto concetto dell’horror vacui con il quale ci si è spesso riferiti all’attività di antiche popolazioni preistoriche, i cui graffiti e i cui disegni nelle grotte aurignaziane, magdaleniane, e in generale nelle caverne e sulle pareti rocciose, avevano a quanto pare tra le altre anche la funzione di vincere e sconfiggere l’horror vacui, ossia quel senso di sgomento che offriva l’assenza di ogni segno e di ogni traccia umana».
Oggi, ormai, di quell’horror vacui non resta più nulla. E nessuno prova il desiderio, come Sir John Soane tra il Settecento e l’Ottocento, di trasformare la propria casa a Londra in un museo carico di oggetti, di opere d’arte, di mobili. Perchè lo spazio che ci circonda, ma anche l’immaginario, l’orizzonte visivo, la dimensione sonora, sono ormai occupati da una legione di cose, di immagini, di suoni. capaci di far diventare l’attraversamento del nostro mondo un’esperienza devastante. Una vertiginosa corsa in mezzo alla ripetitività delle immagini, all’inarrestabile marea di suoni, alla moltiplicazione dei messaggi. Tutti creano, tutti comunicano, ma chi sta lì ad ascoltare, a guardare per davvero?
Dorfles mette in guardia dall’inquinamento immaginifico, dall’ipertrofia segnica. E cita artisti che creano opere diversissime tra loro, ma che, alla fine, non si sanno sottrarre a una sorta di bulimia immaginativa. Musicisti come Philip Glass che, pur rivolgendosi a un pubblico molto più elitario di quello che segue le rock band, sforna in continuazione opere, la cui «efficacia è da ascrivere alla insistita iterazione». O scrittori come Philip Roth, più volte segnalato al Premio Nobel per la letteratura, «autore per molti versi apprezzabilissimo», ma che per riempire il vuoto attuale della letteratura, dice Dorfles, ricorre «perfino all’abominio di raccontare le faccende più private e più incresciose». Come è accaduto in «Patrimonio», dove ha descritto il terribile calvario del padre che lotta contro un tumore al cervello. «Anche questa del dolore è, indubbiamente, pornografia», annota Dorfles.
A un tempo che scorre a rotta di collo, all’improvviso, si contrappone un’assenza d’azione totale. «L’ascensore del grattacielo procede con una lentezza molto superiore a quella delle nostre gambe, le code sulle autostrade portano la velocità degli automezzi a quello delle carrozze d’altri tempi (e anche meno). Le soste negli aeroporti, per un volo di un’ora, sono spesso tre volte più lunghe, e oltretutto non consentono di dedicare la nostra attenzione a questi momenti d’un ”tempo perduto” che potrebbe essere vissuto creativamente». Niente a che vedere con il «temps retrouvé» di proustiana memoria, avverte Dorfles, perchè oggi il futuro si verifica prima ancora di incominciare. Il tempo non dura, perchè tutto concorre ad abbreviarlo, a spezzettarlo.
Prende forma, allora, un rifiuto per tutto quello che invade il nostro territorio. «Mai come oggi - commenta Dorfles - l’uomo è diventato (o meglio dovrebbe diventare o sarebbe dovuto diventare) più geloso d’una propria intimità». Perchè, si chiede l’autore di «Nuovi miti, nuovi riti», «La moda della moda», «Il Kitsch, antologia del cattivo gusto», possiamo ancora parlare di comunicazione se il nostro spazio è riempito «non da una concatenazione congruente di segni, ma da un groviglio inestricabile di segnali e pseudo-eventi che si accavallano»?
In questo luna park di eventi, godersi l’opera d’arte, il romanzo, il disco, diventa sempre più difficile. Tutto scorre, lasciando tracce minime.(13 marzo 2008)

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