Arte postale - terzo millennio



L’arte postale è sopratutto un lavoro collettivo, ogni mostra alla quale partecipano, di norma, centinaia d’operatori è un corpus a se stante. Un operatore invia il suo lavoro ad un altro che postalmente risponde: si crea così un feed-back che è una delle componenti essenziali della mail art. Altra componente è che la mail art non è solo un’arte spedita per posta, ma essa viene concepita fin dall’inizio, proprio espressamente per la posta, dunque non è uno scambio d’immaginine più o meno artistiche tra operatori. Dalla posta si è poi passati ad altri più sofisticati mezzi di comunicazione quali telefono, telex, telegrammi, radio, TV, computer, fax ed internet. Molte sono le motivazioni che hanno contribuito alla creazione d’un circuito d’interscambio postale, ed una di esse è stata sicuramente la continuazione delle esperienze underground che si trovavano ovunque in un empasse totale, non sono mancati tuttavia notevoli agganci con le esperienze delle passate avanguardie artistiche, dalla pop art ai situazionisti, infine ad alimentare ulteriormente il circuito postale vi è stata l’immissione dei giovani poeti, visivi e non, che erano alla ricerca d’un loro nuovo ruolo e di nuove collocazioni.
L’idea di partenza sulla quale poggiano le teorie mail, è la seguente: non esiste più l’artista, tutti hanno la possibilità e la capacità d’esprimersi creativamente e d’immettersi all’interno del circuito, la comunicazione è liberata e tendenzialmente indipendente dalle istituzioni, dalle mafie culturali o dalle censure capestro di critici e galleristi. Il medium postale scavalca ogni filtro culturale per aprirsi ad una comunicazione intima, gratuita, personale, al di fuori d’ogni binario prefissato. L’interdisciplinarietà e la marginalità d’ogni operazione è assoluta, con tutti i risvolti, negativi e positivi, insiti nell’operazione stessa; la barriera autore/fruitore crolla definitivamente in quanto il destinatario è stimolato a sua volta a rispondere in maniera creativa, se viene a mancare l’andata e ritorno il messaggio perde di valore, se un anello della comunicazione s’interrompe anche la mail art s’interrompe, essa sussiste se è solo nei due sensi e se poi l’arte postale non circola, non è fruita, pian piano essa muore.Invii postali, cartoline, xerox, poesie visive, fax, messaggi che navigano in internet, fanzine, ingolfano l’etere, i cavi ed i sacchi dei nostri già affaticati postini, così si scriveva almeno fino a qualche anno fa; anche se è impensabile poter effettuare un censimento globale della mail art, la sua popolazione è stata stimata dai già citati Michael Crane e Mary Stofflet in Corrispondence Art, aggirarsi attorno dalle dieci alle ventimila unità nel periodo della fine degli anni settanta. Se teniamo conto che il numero di esposizioni, progetti e praticanti è certamente aumentato nel corso del decennio successivo che segna il periodo di massima espansione della mail art, segnando il passo solo in questi ultimi anni, non dovrebbe esser troppo lontano dal vero una stima complessiva di almeno cinquanta o centomila individui che per periodi più o meno brevi di tempo hanno fatto parte della rete postale, questo almeno è quanto afferma Baroni. Un numero certo troppo elevato per un qualsiasi gruppo o movimento artistico che voglia presentarsi con una sua precisa ed unitaria identità, ma anche un numero, in fin dei conti risibile rapportato alla popolazione del pianeta se vogliamo considerare l’arte postale alla stregua d’un fenomeno culturale.
Se vogliamo invece considerarlo anche in prospettiva statistica, la mail art è qualcosa d’indefinibile che si colloca a metà strada fra due estremi con sue caratteristiche peculiari: è molto di più d’una confraternita d’amici di penna, ma molto di meno di una moda planetaria, risulta impossibile da censire materialmente – chiunque può inventarsi o scoprirsi mailartista – anche se a ben vedere sono poche centinaia i networker rimasti attivi in rete per più di un decennio o addirittura poche diecine quelli attivi per due decenni o più. Uno sguardo d’insieme sulla metamorfosi avvenuta nella scena mailartistica dalle origini ad oggi può servire a questo punto per dissipare qualche dubbio sulle reali dimensioni del fenomeno. Lasciando da parte i precursori, di cui si è detto, l’arte per corrispondenza degli anni ’60 è un’attività quasi carbonara, che si sviluppa più o meno contemporaneamente in diverse parti del globo, soprattutto grazie alle liste FLUXUS sia in Europa sia negli USA, alle reti di corrispondenza tessute da Ray Johnson, ed i contatti fra poeti sperimentali nell’America Latina. Il fatto che non esistessero ancora modelli a cui conformarsi, rende la mail art di questo decennio, estremamente varia, fresca ed imprevedibile. Il numero relativamente ridotto di praticanti permette di mantenere alto il livello di comunicazione personale, lo scambio intimo ed approfondito. Questi primi praticanti lo sperimentalismo intermedia si considerano artisti tout court che usano anche il mezzo postale, a fianco di numerosi altri. Le posizioni mutano con le prime grandi esposizioni degli anni ’70, che agiscono come veri e propri virus, contagiando ed ispirando diecine di nuovi praticanti. Il processo poi si replica a catena, dando vita ad una seconda generazione di operatori che non hanno problemi ad autodefinirsi specificatamente artisti postali.
Si consolida così una serie di consuetudini per quanto riguarda l’organizzazione di mostre e progetti, cominciano a distinguersi autori specializzati in particolari aspetti dell’attività postale: timbri, francobolli, cartoline, buste, ecc. Prende forma anche lo spirito di rete, il senso d’appartenenza ad una comunità internazionale con la formazione di numerosi gruppi e sottogruppi ad imitazione della New York Correspondance School. Dopo la metà degli anni ’70, parallelamente all’esplodere del fenomeno punk, inteso nel suo complesso di ramificazioni sub-culturali, grafico-visive e comportamentali, oltre che come corrente musicale, l’arte postale subisce una graduale, ma sostanziale trasformazione: da espressione in fin dei conti coltivata da una più o meno cerchia d’artisti e poeti professionisti e semiprofessionisti, si passa ad una pratica allargata che coinvolge migliaia di persone dei più diversi starti sociali col conseguente disturbo di un buon numero d’artisti e pionieri del genere, che non vedono di buon occhio questo processo di popolarizzazione. La crescita del numero di operatori si accompagna ad una progressiva diffusione dei contatti in paesi diversi da quelli ove la mail art ha avuto origine. Negli anni ’80 mentre nell’arte ufficiale, dopo le eccentricità dei due decenni precedenti, le redini tornano saldamente in mano ai mistificatori delle leggi del mercato, critici, galleristi, mafie culturali, ecc., con un reazionario ritorno in auge della pittura da cavalletto, transavanguardie, ecc., la strada della mail art diverge sempre più da quella delle biennali, piene di tele gigantesche e costosissime, ma prive di aura, cercando invece spazi in aree spiritualmente più affini, privilegiando sempre la propria miniaturizzazione del mondo all’insegna del "piccolo è bello". Con un’età media dei praticanti che da 30, 40 dei decenni precedenti, tende ad abbassarsi sui 20, 30 ed anche meno, la terza generazione di arte postale s’avvicina a quelle sub-culture giovanili che hanno mantenuto in vita attitudini di ricerche interdisciplinari: il mondo delle fanzine autoprodotte, delle etichette musicali indipendenti, della small press alternativa, circuiti d’autori impegnati in tendenze artistiche messe in disparte dal mercato, quali body art, performer, copy art, video art, poesia visiva e concreta, ecc. fino alle nascenti comunità di hacker e navigatori (cow boy) del cyberspazio.
Vittorio Baccelli

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